Crisi della Silicon Valley Bank: cosa è successo?

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Fino a mercoledì 8 marzo 2023 non c’erano segni evidenti della profonda crisi in cui sarebbe sprofondata Silicon Valley Bank nell’arco di soli due giorni. 

Ad esempio, il prezzo in Borsa delle azioni SIVB (SVB Financial Group) era in linea con quello di gennaio, e addirittura superiore a quello di dicembre. 

Poi, di colpo, il crollo. 

Giovedì 9 marzo il prezzo è crollato in apertura del 40%, portandosi da 268$ a 160$, per poi sprofondare a -62% nel corso della giornata. 

Venerdì 10 marzo, prima che le autorità chiudessero la banca, il prezzo delle azioni della holding era sceso a 106$, ovvero poco più di un terzo rispetto a quello di chiusura di soli due giorni prima. 

SVB Financial Group è la holding del gruppo SVB, di cui Silicon Valley Bank fa parte. 

Il contagio della crisi Silicon Valley Bank

Le autorità statunitensi hanno chiuso la banca perché non era più in grado di ripagare tutti i suoi debiti, e soprattutto perché non era più in grado di consentire ai suoi clienti di utilizzare il denaro che avevano in deposito presso di loro. 

Il blocco dei prelievi e dei pagamenti su tutti i conti bancari SVB ha creato una reazione a catena, che ha portato molti loro clienti ad andare in difficoltà.

Uno di questi è stato Circle, la società che emette USD Coin. Di colpo Circle si è vista congelare 3,3 miliardi di dollari delle riserve della stablecoin USDC, tanto da fare temere di averle perse lo stesso. 

Silicon Valley Bank, come dice il nome stesso, è una banca della Silicon Valley, ed il suo fallimento è il secondo maggior fallimento bancario di sempre negli USA. 

Infatti, era la banca preferita da moltissime startup della Silicon Valley, che di fatto si sono improvvisamente trovati i loro conti bancari SVB bloccati, con l’impossibilità di muovere anche solo un centesimo. 

A quel punto, onde evitare un contagio che si propagasse anche al di fuori del sistema finanziario statunitense, la banca centrale (Fed) è intervenuta assicurando che tutti i fondi ancora depositati presso SVB verranno sbloccati, sebbene la banca rimanga in fallimento. 

Questo intervento è risultato essere risolutivo, ma sono fallite anche altre due banche, forse per i medesimi motivi. 

I mercati: in atto un problema più profondo?

Quindi il problema sembra essere più ampio di quanto si sperasse venerdì, tanto che oggi anche le banche europee in Borsa stanno perdendo molto. 

Venerdì i mercati finanziari statunitensi avevano reagito molto male alla notizia del fallimento di SVB, e anche oggi non sembra che siano in grado di reagire positivamente. Nel frattempo oggi hanno reagito male i mercati europei, trascinati verso il basso dai rischi di contagio all’intero sistema finanziario. 

Secondo il Chief Market Analyst di XTB, Walid Koudmani, i mercati hanno iniziato la settimana nel panico proprio perché i crolli delle banche stanno incidendo sul sentiment. 

Ad esempio, i prezzi del petrolio hanno iniziato la settimana con un movimento al ribasso significativo, con sia il Brent che il WTI scesi di oltre il 2%. 

La domanda è: stiamo affrontando un altro crollo del mercato azionario?

Secondo Koudmani, i mercati temono un effetto domino se i problemi di SVB non dovessero essere risolti, o perlomeno contenuti. Anche perché il valore delle perdite non realizzate nei portafogli delle maggiori banche di Wall Street è notevole, ed è aumentato in modo significativo a seguito degli aumenti dei tassi di interesse della Fed. 

Dice: 

“La Federal Deposit Insurance Agency a febbraio ha riferito che le perdite non realizzate delle banche statunitensi con i titoli a scadenza al 31 dicembre ammontavano a 620 miliardi di dollari, rispetto agli 8 miliardi di dollari dell’anno precedente, prima che la Fed iniziasse a il processo della sua politica”. 

In un tale scenario potrebbe innescarsi una crisi di panico, simile a quella del 2008. Tuttavia, secondo Koudmani le previsioni sul possibile inizio di un’altra crisi finanziaria devono essere prese con attenzione per tre ragioni.

La prima è che le obbligazioni detenute dalle banche attualmente sono in gran parte buoni del Tesoro USA, e non obbligazioni tossiche. 

La seconda è che le banche realizzeranno perdite sul portafoglio obbligazionario solo se dovranno venderle prima della data fissata per il rimborso.

La terza è che se le banche non dovessero avere problemi con la liquidità, non saranno costrette a liquidare i propri portafogli obbligazionari prima della scadenza.

Quindi tutto dipende dalle attuali condizioni di liquidità del settore bancario, ed in questo la Fed potrebbe giocare un ruolo decisivo.